domenica 13 febbraio 2011

Al castello di Dunnottar

Sempre due anni fa, sempre dal blog ViaDelleBelleDonne, prendendo ispirazione da una foto di Maria Pina Ciancio e da un incipit (liberamente) tratto da un suo racconto di viaggio, è partito un altro contest.
La foto è qui di fianco, l'incipit (sempre in rosso) e il mio racconto sono qui sotto.

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra le nebbie e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.
Mario si girò con un sorriso di trionfo, non appena le rovine si fecero strada in mezzo al grigiore. Respirava forte, ansante per la camminata, ma sorrideva. Mi stava dicendo che, ancora una volta, aveva avuto ragione lui. Che le foto, sarebbero venute, tra quelle mura, su quel mare, una cosa fantastica. Lo superai in fretta, urtandolo appena con lo zaino che mi pesava sulle spalle e che non vedevo l’ora di sbattere in un angolo.
Lo stretto sentiero in pendenza che si snodava lungo la roccia non mi piaceva. Preferivo terra sicura sotto i miei piedi e cominciai a respirare solo quando riuscii a sedermi nell’erba umida e ad appoggiarmi a una delle antiche, sgretolate pareti.
“Be’?”, fece Mario quando mi raggiunse.
Dovetti alzare lo sguardo: stava lì, gambe larghe e mani sui fianchi, ancora con lo zaino addosso. Aspettava che ammettessi di aver sbagliato. A Mario non piaceva solo vincere; bisognava anche dargli la medaglia e la pacca sulla spalla.
“Sì, è bello questo posto, bello.”
Appoggiò lo zaino a terra, piano. Aveva portato le macchine fotografiche e tutte le ottiche necessarie. Aveva detto che tanto valeva provare subito qualcosa, se il posto funzionava.
Si sedette vicino a me e cominciò ad agitare piano la mano per aria, disegnando scenari che aveva già costruito, lì ci mettiamo questo, lì quello, là facciamo così…
“Sara potrebbe mettersi lassù…”, e qui si alzò e mi voltò le spalle, agitando il braccio verso il prato. Perché il coraggio di parlare di Sara, e intanto di guardarmi in faccia mentre spiegava dove l’avrebbe messa in posa, quello non ce lo aveva ancora, il mio amico Mario.
Amico e collega da un sacco di anni. Sempre insieme, fin dalla scuola di fotografia con quel matto di Stefano, a Siena. Insieme, nel trasferimento a Milano, perché lì gira la vita e la grana, diceva Mario, e le donne, caro mio, le donne.
Aveva ragione, sì. A Milano avevamo davvero cominciato a lavorare. E a vivere. Mario passava da una ragazza all’altra, da un lavoro all’altro, con leggerezza, costante, deciso. E io dietro. Il lavoro mi piaceva, Milano mi piaceva. E mi piaceva Sara, da un po’.
Mario mi prendeva in giro, ma Sara gli era simpatica. Uscivamo in quattro: Sara, io, Mario e una qualunque, ogni volta diversa.
Poi, pochi mesi prima, Mario aveva cominciato a non uscire, né con noi, né con le solite amiche pescate chissà dove. All’inizio, avevo fatto qualche battuta su questo amico tutto casa e lavoro, finché, una sera, lui mi aveva risposto:
“Fatti i cazzi tuoi, eh?”, e io ero stato zitto, e due settimane dopo avevo detto di sì a quel viaggio, che non mi andava; sì a quel servizio, di cui non avevamo bisogno; a quei giorni passati a casa del diavolo invece delle sospirate vacanze. Alla fine, avevo detto sì perché sarebbe venuta con noi anche Sara.
È così che l’ho saputo. Nel solito banale modo. Me l’ha detto lei, che da un po’, fra i tre, l’intruso ero io, e lui il suo uomo. Perché lei non voleva rovinare i ricordi, ma ora doveva dirmi che, e mi voleva bene ma, non voleva ma, e adesso amo Mario e a Dunnottar ci vengo per lui, mi spiace, rimaniamo amici.
Amici un cazzo, avevo pensato, abbassando la testa e dicendo che sì, certo, sarebbe andato tutto bene. A Dunnottar, tre amici in vacanza e per lavoro, uno, due e il terzo incomodo.
Forse avrei dovuto dar fuori da matto subito, invece di tenermi tutto dentro. Forse avrei dovuto sfogarmi, e dare della puttana a lei e del traditore a lui, e magari anche un paio di pugni. Forse, così, avrei sputato fuori il veleno.
E invece, il veleno è venuto a galla tutto insieme, qui, a Dunnottar, tra le nebbie che svaniscono il castello e il silenzio che c’è ora, dopo che ho spinto Mario giù, tra le rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord e che hanno inghiottito il mio grande amico.

5 commenti:

  1. noioso come tutti i suoi racconti

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  2. Mi fanno sempre un po' impressione le persone masochiste.
    Voglio dire: lei li ha letti tutti, noiosi come sono. Ah, poverina.

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  3. Hanno avuto tutti quello che si meritavano. Nel racconto e nei commenti. :-))

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