(mi pare giusto e doveroso avvisare che le citazioni, fra virgolette, che tormentano il mio protagonista durante lo svolgersi del racconto vengono da un'altra autrice, alla quale va il mio ringraziamento)
Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori, ad esempio. La mia signorina a colori.
Io mi ero piantato con Sara.Storia finita, appunto, e finita con sollievo. Mi ero trasferito ed ero capitato in quell’appartamentino col riscaldamento che andava a singhiozzo e il tentativo di stipare tutto il possibile nei 45 metri quadri che, da quel momento, avrei chiamato miei.
Mi concentravo sulle traduzioni, e cercavo di far parlare decentemente la marchesina che urlava nella notte “coltivo questo amore che mi lacera ancora!” e lui che rispondeva “amore mio avevo paura del sentimento vero che si stava impossessando di me”. Il tutto senza una virgola. Ma insomma, con quel daffare, e il gusto nuovo della solitudine, lei non l’avevo notata.
Una sera tornavo, stipato di specialità montanare che cantavano lo jodel nella mia pancia, e anelavo un alkaseltzer e il letto. Ero soprappensiero, forse anche un po’ bevuto, e le ho sbattuto contro, e lei ha fatto un salto indietro. L’ho guardata per scusarmi e sono rimasto come uno scemo a fissare gli occhi grandi e nerissimi sotto una veletta chiara, lo sguardo un po’ sbirolo, il trucco azzurro, e la smorfietta di una bocca rossa come una ciliegia matura.
Trovare un paragone come questo nel libro che sto traducendo mi stroncherebbe in modo definitivo, ma allora fu l’unica cosa che mi venne in mente.
E in un momento lei sparì dietro l’angolo.
Quella notte fui tormentato da sogni in cui veleggiavano velette bianche e sguardi neri. Mi svegliai di soprassalto proprio mentre una bocca rossa sorrideva con disprezzo del mio mal di stomaco.
Mi misi al computer alle sette meno un quarto, ma mi fermai subito dopo aver tradotto la frase: “amore mio il mio cuore straziato ti sta chiamando dal più profondo del cuore”. Provai in quel momento, nel profondo del mio cuore, il desiderio di poter conficcare un paletto nelle scapole del protagonista, o fors'anche dell'autrice. Lanciai lo sguardo fuori e lei era già là: sul portone di casa, con un cappottino nero striminzito, di quelli che si arrotolano intorno al corpo delle magrissime. La solita veletta, e vidi stavolta che pendeva da un cappellino rosa con la tesa rossa. Rossa come la sciarpona che le proteggeva il collo, e due grandi bottoni che notavo chiaramente.
Era là.
Non si muoveva. Non guardava chi passava, né l’orologio. Non guardava su e giù per la strada. Stava immobile, nera, rossa, rosa, e, mi pareva, ancora truccata di azzurro.
Poi alzò la testa e mi fissò.
Meglio: fissò dritto dritto dentro la mia finestra, oltre il vetro opaco, al di là della tenda.
Mi sentivo esposto a quello sguardo, a quegli occhi grandi, catturato dentro le palpebre larghe e pesanti che vedevo sbattere piano.
Era stupido, ma feci un salto indietro. E rovinai dalla sedia, sbattendo sul pavimento.
Fu la prima volta che pensai: quella non me la conta giusta.
Fu la prima volta che decisi di impicciarmi degli affari di una vicina.
Cominciai col fruttivendolo all’angolo, e subito dopo col lattaio.
“Oh, quella…” risposero entrambi, con una smorfia e uno sguardo obliquo.
Curiosai nel palazzo di fronte: una sera riuscii a entrare al seguito di una mamma con passeggino e borse della spesa. Aiutai a portare pargolo e sacchetti e al secondo piano indovinai la porta della signorina con la veletta: era rosa antico, con le modanature del legno ripassate in verde chiaro.
“Carina, questa porta”, dissi.
“Oh, sì, certo, originale, mi può tenere anche la bottiglia del latte?”
“Chissà che ci abita”, continuai.
“Oh, quella… Una tizia… Una matta. Ma -, si girò la signora dal gradino superiore, - è tranquilla, eh. Tranquilla…”
Al quarto piano conclusi la mia buona azione e scesi di corsa.
Lei era sulla soglia, occhi enormi, azzurri, abitino rosso, cappotto nero aperto, sciarpa rossa che stava per avvolgere intorno al collo. Intravidi una parete azzurra, una seggiola leggera ricoperta di viola, e una lampada a forma di papavero, su un tavolino verniciato verde chiaro. Vidi il suo sguardo, il naso che si arricciava in lieve presa in giro, un sopracciglio alzato come a chiedermi: che vuoi?
Poi fissai la sua schiena mentre chiudeva la porta e si avviava davanti a me.
Cominciò da lì.
Non lo so il perché.
Chi conosce il perché di un’ossessione?
Volevo trasformare la smorfietta in un sorriso tutto mio, volevo sapere il suo nome, chiamarla durante una passeggiata, guardare i suoi occhi, farle sciogliere il trucco in un abbraccio, sentirla alle mie spalle che rideva mentre traducevo: “tutto il suo essere sembrava immerso in un’aura trascendentale mentre inalavo il suo profumo e entravo in un vortice di passione inenarrabile”.
La segui, la cercai, la osservai, mi lasciai trapassare dalle occhiate che mi lanciava quando mi sentivo nascosto in casa.
La aspettai, un giorno, fino a sera. E poi la notte, affacciato alla finestra. E il giorno dopo ancora. E ancora.
Venne a scuotermi mia mamma, due settimane dopo. Mi trovò seduto al computer spento, con gli occhi alla finestra, fissi a quel portone. Dapprima mi sgridò e mi mollò uno schiaffone. Poi si spaventò e chiamò mio padre. Mi hanno caricato in macchina, credo, e sono tornato da loro.
Fino a oggi. Li ho convinti a stare tranquilli e sono arrivato qui. Mi sono fermato davanti al suo palazzo e la signora col passeggino mi ha sorriso, uscendo, e mi ha tenuto la porta aperta. Sono salito fino al quinto piano, stavolta, ma porte rosa non ne ho viste più.
Niente modanature ripassate in verde chiaro. Solo una porta robusta, di legno scuro, con doppia serratura.
Nessuna signorina. Niente occhi sbiroli truccati d'azzurro e velette bianche e sciarpe rosse.
Niente, né quel giorno, né il giorno dopo, né l'altro ancora.
Credo di essermi rassegnato.
Anche se, ancora adesso, ogni tanto lanciò un’occhiata dalla finestra e sussulto a veder passare un lampo rosso o una sfumatura azzurra o un cappottino nero.
Ma non è mai, mai, la mia signorina a colori.

mi ripeto. splendido.
RispondiEliminama dubito di trovare un tuo racconto che per me non lo sia.
Ti ringrazio tantissimo :-)
RispondiEliminaChiudo una giornata un po' bigia in modo bello.
Il guaio è che sto crollando dal sonno ma leggere i tuoi commenti (questo e gli altri) mi ha fatto venire voglia di mettermi qui e scrivere qualcosa!
Un gran bel racconto, anche se ti dico avevo pregustato un finale un po' diverso nella lettura. Sembra che tutto durante le righe porti a qualcosa di crescente, una preparazione al colpo di scena finale. E' un po' come quando una squadra fa un'azione bellissima e poi il gol lo segni di piatto a porta vuota. E' comunque sempre un piacere leggerti, e spero che torni presto in questi spazi.
RispondiEliminaBongio, grazie, interessante osservazione. Proverò a rileggerlo in quest'ottica e a immaginare qualcosa di diverso. Anche perché oggi non avrei nessun limite di battute e potrei forse davvero far succedere altro :-)
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