lunedì 25 aprile 2011

Lascia che io corra la mia strada

C'era, mi sembra, un corncorso, e un incipit, mi sembra, di Carlo Lucarelli. Se sbaglio attribuzione, me ne scuso. L'incipit, come sempre, in corsivo. Segue la mia storia.

C’è chi dice che la Patria sia dove sei nato, altri dove ti riconoscono e altri ancora quella per cui vorresti morire. Non lo so cosa fosse per me, so soltanto che adesso era venuto il momento di prendere una decisione. Ma quale?, si chiese Roberto, seduto su un masso gelato a metà sentiero.

Cinque anni prima stava completando la ricerca sulla Germania. Ci aveva messo l’anima, a cercare tutte le notizie possibili sul quel grande paese.
Gli era piaciuto ridisegnarne le carte, con cura e attenzione. Si era fatto prestare un libro, per copiare la rete autostradale tedesca. Autostrade giganti, che avevano portato ai più alti sviluppi una primizia inventiva dell’Italia. Roberto aveva scritto che, nel Grande Reich, il dottor Todt aveva studiato le autostrade italiane, e ne aveva tratto il modello per quelle tedesche, a doppia corsia. In mezzo erano state piantate delle siepi, alte quanto bastava per essere impenetrabili alla luce: i fari delle automobili, venendo incontro correndo sulla pista al di là della siepe, non erano visibili dalla parte opposta.
Sospirò di piacere. Il professor Scala lo avrebbe premiato: un “lodevole”, stavolta, non glielo avrebbe tolto nessuno.

Due estati dopo, Roberto aveva dimenticato la ricerca e il professor Scala, che era stato cacciato via da scuola perché non gli piacevano i tedeschi. Lui era affezionato al professore, che aveva saputo gestire una classe turbolenta, ma capiva bene che non poteva rimanere sulla pedana della cattedra, se disprezzava gli alleati tedeschi. Roberto, intanto, continuava a sognare un viaggio che lo avrebbe portato su e giù per quel Reich che combatteva vittoriosamente accanto alla sua Patria e al suo Duce.
In luglio, l’arresto di Mussolini fu come uno degli schiaffi violenti, tra capo e collo, che suo fratello gli assestava a tradimento, sghignazzando quando lo vedeva fermarsi, rintronato dalla sorpresa e dal dolore.
L’armistizio dell’otto settembre, e il caos che ne seguì, diventarono per lui la testimonianza di una vergogna e dell’infamia. L’Italia fascista, l’unica che conosceva, era stata tradita.
Quando seppe che dal paese sarebbe passata una colonna di tedeschi, andò a prendere nell’armadio una bandierina, e si mise sul bordo della strada, a sventolarla, a dimostrare che non tutti gli italiani erano traditori, che c’era chi avrebbe mantenuto la parola data, e avrebbe combattuto per essa.
Toccava a lui continuare a credere nella causa; a obbedire, per rimettere le cose a posto; combattere per la Patria divenne la sua massima aspirazione.

Nel ’44, il biglietto scritto più di un anno prima (“Cara mamma, ti voglio tanto bene ma devi lasciare che io corra la mia strada, ti abbraccio tanto”) giaceva dimenticato in un cassetto. La sua stanza era vuota.
Al presidio dove si era presentato, nel ‘43, lo avevano preso subito in forze, senza tante storie. Era stato distaccato con gli altri camerati vicino al lago di Como, dove le imboscate e gli attentati contro i fascisti erano imprese frequentissime e, per i partigiani, abbastanza agevoli, sulle strade serpeggianti o tra i sentieri di montagna.
Lui cercava di scaldarsi un po’ durante i turni di guardia; il sonno, il freddo, il gelo e la noia li combatteva col pensiero di essere, ancora una volta, dalla parte giusta.

La primavera del ’45 non si decideva ad arrivare. Roberto si fermò e si sedette su un masso freddo. Cercò di ricordare gli occhi dei tre ragazzi che aveva visto uccidere dai camerati tedeschi, un mese avanti. Conosceva già la fattoria della famiglia Guerini, dove spesso i repubblichini requisivano quel po' di latte e di formaggio che si erano prodotti. Ricordò i due fratelli grandi, chini sulla salma del padre appena ucciso, e fucilati poi loro stessi. Le mitragliatrici avevano falciato ventotto persone, donne, vecchi, bambini, chiusi in una stalla a pregare. Si chiese che Patria era, quella per la quale stava combattendo.
Aveva messo in gioco la sua vita, due anni prima, scegliendo l’unica strada adatta alla sua storia. In quel momento, non era più sicuro che fosse quella che voleva percorrere.
Alcuni camerati dicevano spesso che la Patria è dove sei nato, altri dove ti riconoscono, e altri ancora quella per cui vorresti morire. Non sapeva più che cosa fosse per lui. Sapeva soltanto che era venuto il momento di prendere una decisione. Ma quale?
Appoggiò piano il fucile dietro il masso, e guardò in su, quasi a cercare ispirazione nel cielo grigio e tra le fronde cupe che lo coprivano. Sentì dei passi e riabbassò lo sguardo.
Uno dei tre ragazzi, tutti armati, che lo tenevano sotto tiro, fece agli altri: “È di quelli che erano alla stalla del Guerrini”. Quello di mezzo fece partire una raffica. Il terzo, il più giovane, rimase a guardare Roberto che cadeva a faccia in giù sul terreno ancora gelato.

8 commenti:

  1. ah se fossi un editore con le palle... :-)

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  2. Ricorda così terribilmente, così tristemente "La guerra di Piero". Azzeccatissimo con l'incipit, a mio vedere.

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  3. Chissà quanti ragazzi, anche oggi, pensano di essere dalla parte giusta, quando inneggiano contro i rom, solo per fare un esempio.

    Racconto molto bello, scritto con grande umanità.
    Ho scoperto questo tuo spazio solo ora, Annalisa. Adesso mi tocca recuperare...
    Milvia

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  4. Grazie, Bongio, non avevo pensato al legame ma... sì, c'è, hai proprio ragione.
    Grazie, Milvia, sei sempre gentile :-)
    (vai a Torino?)

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  5. Devo proprio decidermi a spedirti le scansioni delle lettere di mio padre. Perdona la mia pigrizia, ma a volte mi sento molto stanco.

    R.

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  6. Grigio, tu sei pigro, io sono paziente ed entrambi siamo stanchi.Ma prima o poi sistemiamo quella storia :-)
    Anonimo: grazie!

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