giovedì 30 giugno 2011

Latte e biscotti

Cominciava alle sei a preparare, mentre ascoltava i due matti di Radio due. Dil solito, almeno, ma... niente, quel sabato. Soltanto la voce del nipote, che stava impacchettando le ultime cose, e che se lo portava via da lì. Eddài, gli diceva, tanto che ci fai qui a Milano? Cercava di convincerlo. La città, lo smog, il traffico, sei vecchio, sei solo e se ti ammali?
Lo lasciò parlare. Poi uscì e prese l’81. Dieci minuti dopo era sul vialone. Si fermò a guardare la stazione, lontana ma visibile: ricordò il treno che vomitava fuori gli operai della Pirelli, e loro che credevano che la Pirelli fosse più importante della Fiat.
Svoltò dentro i palazzoni dell’Università. Al suo fianco si trovò Ciro: Alto e biondo, gran fumatore, faceva sempre il primo turno, prima di crepare, a cinquant’anni appena compiuti. Prendeva al suo paese il treno delle quattro e zero uno, e quella volta dello sciopero aveva risposto, sghignazzando, al capo che voleva libertà di lavoro:
“Uhè, che passione per il lavoro che c’hai! Io invece voglio libertà di avere più soldi!”
Ridacchiò, al ricordo, mentre Ciro ammiccava e spariva. Arrivò subito Giuseppe, detto Giuspòn per distinguerlo da Giuspìn (e il perché era chiaro a tutti): a settantatré anni era finito al ricovero a sbavare, ma adesso, col suo pancione, era lì a ricordargli la storia del cottimo, di quando i padroni avevano tagliato i tempi al reparto 8655, eh, ti ricordi? Che ore sono?, chiese lui invece di rispondere, ché tanto le storie erano sempre quelle e la domanda sempre quella, e Giuspòn tirò fuori la cipolla, a controllare. Le sei e mezza.Chissà che colpo era venuto al nipote, a non trovarselo più in casa, pronto a farsi impacchettare e portare nella villa con giardino, in un paese che non conosceva, con gente che gli era parente solo sui documenti.
“Ma dai, che magari vai a star bene!” fece Giuspòn rimettendosi in tasca l’orologio e sfumando sullo sfondo, per lasciare il posto a Bruto.
Eh, Bruto...
Aveva conosciuto quel ragazzo nell’aprile del ’45 e per poco non lo faceva subito secco. Si era presentato, giovane, mingherlino e fresco come una rosa, all’ingresso della Pirelli, che loro avevano chiuso con un locomotore, a tenere fuori fassisti e tudeschi. Bruto si era messo a far voci da fuori, dal basso, e lui, con un altro, si era sporto per prenderlo a fucilate. Si era fermato appena in tempo quando il compare gli aveva spiegato che quel lì era uno dei loro.
“Bei tempi, eh?”, sospirò l'amico appoggiandogli piano una mano sulla spalla. Camminarono così, per qualche tempo, parlando piano. Poi Bruto si scostò di colpo, ma prima di sparire fece un cenno con la testa e un sorrisetto:
“Guarda un po’ là chi è arrivata…”
Si girò, si trovò di fronte la Giulietta, e si vergognò. Lei bella come una rosa, come quando a sedici anni se ne era innamorato, e lui vecchio bacucco, che quasi non riusciva a camminare, e c’aveva le visioni, anche. Ma lei non sembrava troppo preoccupata: lo prese sottobraccio e camminarono ancora. Stavolta in silenzio, perché i ricordi, quando sono troppi, fanno anche male, ed è meglio non toccarli.
Che ore sono?, chiese lui, e lei alzò la manica della camicetta, e gli fece vedere l’orologino d’oro, sottile, che le aveva comprato quando si erano fidanzati, e che lei non aveva più tolto.
Quasi le sette.
“Sei in ritardo per qualcosa?” domandò Giulietta.
E lui le raccontò tutto, il nipote, la partenza, e lasciare Milano, e non rivedere più nessuno di loro, che solo alla Bicocca riusciva a vederli ancora, come fossero davvero lì, e a parlarci sul serio, e solo al pensiero il cuore, ah, il suo vecchio cuore gli si rompeva.
Lei gli prese la faccia tra le mani che sapevano di borotalco:
“Sciocco – disse, – e tu lascia che si rompa, no?”
Giusto. Lei aveva una soluzione per tutto. Sempre.
Così, lasciò che il suo cuore si rompesse, e vide il suo vecchio, malandato corpo che scivolava a terra. Non si girò a guardarlo, mentre si allontanava con la sua Giulietta, nella sua Milano.

4 commenti:

  1. Mai girarsi, in certi casi. In un modo o nell'altro meglio guardare avanti.

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  2. Malinconico e ben scritto. Davvero un bel racconto in bianco e nero, dell'Italia da miracolo economico o giù di lì.

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