Rosa Zabaglio era nata nella frazione di un paesone della Bassa
lombarda, all'incirca essendo trascorso l'Ottocento per circa tre quarti.
Pierino Grassi, da parte sua, era nato alla periferia di Milano un anno dopo Rosa.
Mentre lei andava strappando foglie di insalata matta sulle rive dei fossi,
zoccolando dietro al nonno e aspettando il futuro, lui già imparava a piallare e
lucidare assi di legno profumato nel capanno dello zio Carlo, provetto e
industrioso falegname.
Il quattro maggio del 1888 fu un giorno fatale. Era venerdì, e l’Ave Maria svegliò Pierino e
tutta l’area metropolitana alle cinque e un quarto. Alle sei, Pierino incontrò
lo zio davanti alla Bottiglieria Bottegone, in via Arco, al 2. Aspettarono
pazienti che venisse aperta la porta principale ed entrarono, per dare origine
alla prima telefonata della loro vita. Dietro pagamento di una tassa di dieci
centesimi, lo zio Carlo si mise in comunicazione con il suo interlocutore, nella
Bassa, e subito dopo decise la partenza.
Pierino aiutò lo zio a caricare sul carro il canterano profumato, solido, capiente. Insieme lo portarono a
destinazione, sessanta chilometri più in giù, nella villa del signore che
profumatamente pagò il mobile, eseguito con cura e a regola d'arte..
Sulla via del ritorno, vuoti di legno ma appesantiti dalla ricompensa
al lavoro fatto, si fermarono a salutare i parenti della frazione.
In quell'attimo, Rosa tornava dal mercato: a sedici anni, era piccola, ben
fatta, con un naso deciso e due occhi scuri e curiosi, in attesa. Salutò il
signor Carlo, che spesso era da quelle parti, e sembrò non vedere il
nipote, che la sbirciava dall’alto del carretto. Si allontanò girando dietro la
chiesa, e sparì nello stesso momento in cui Pierino decise che l’avrebbe
sposata.
Cinquantasette anni più tardi, dopo il matrimonio, quattro figli persi
per i casi della vita, la bottega dello zio Carlo rilevata e ceduta per
fallimento, due guerre mondiali, e la Bassa lombarda lontana anche nel ricordo,
Pierino e Rosa Grassi si svegliarono una domenica al suono dell’Ave Maria. Lei
gli legò la cravatta nera sulla camicia bianca, lavata la sera prima e appena
stirata; lui si sistemò i baffi, le sorrise e prese delicatamente tra le mani
il mandolino; lei si annodò il fazzoletto scuro sotto il mento, e ricacciò
dentro le ciocche sbiadite che sempre le sfuggivano; lui mise il cappello, le
porse la sporta nera e le aprì l’uscio. Passarono il ballatoio e scesero nel cortile,
chiusero il portone alle spalle e camminarono fino al negozio di macelleria,
alle saracinesche abbassate e alla lastra di finto marmo che era diventata il
loro posto fisso.
Pierino Grassi cominciò a suonare.
Rosa Zabaglio in Grassi si aggiustò di nuovo le ciocche e rimase al suo
fianco, come sempre, in attesa.

(lo so, mi ripeto, ma è merito tuo)
RispondiEliminachapeau :)
Che teneri. E' una storia che mi ha messo tenerezza da quando ho visto la foto, ancora prima di leggere le tue parole. Trovo che la delicatezza che hai usato, le parole che hai scelto, non possano che essere intonatissimi a questo desiderio di commozione.
RispondiEliminaMi torna alla mente una delle poche scene di Stanlio e Ollio che da sempre mi hanno mosso a pietà, quella quando suonano nella neve e nessuno si cura dei loro sforzi, hai presente? Non so se lo sembra, ma voleva essere un sincero complimento.
Grazie, singlemama (comincio a montarmi un po' la testa :-)
RispondiEliminaOh, Bongio, davvero viene da pensare che siano persone tenere, quei due. Mi aveva colpito il viso dell'uomo. E il richiamo a Stanlio e Olio è un gran complimento, perché anche la pietà è una cosa che ti viene in mente osservando la foto, no? Grazie.
Qui non si usa, ma "mi piace".
RispondiElimina